ArcelorMittal annuncia lo scioglimento del contratto e 5mila licenziamenti. In sciopero anche l'indotto dei servizi di pulizia e ristorazione e i lavoratori in somministrazione

Venerdì, 8 Novembre, 2019

Roma, 8 novembre 2019 - Si complica la vertenza dei 10777 dipendenti della più grande acciaieria d’Europa Ex Ilva che coinvolge anche i 5mila addetti dell’indotto dei servizi in appalto di pulizia civile e industriale e della ristorazione oltre ai lavoratori edili. ArcelorMittal, l’azienda multinazionale franco-indiana - vincolata all’ILVA da un contratto di affitto siglato nel 2018 dopo una lunga trattativa - ha avviato le procedure per retrocedere alla gestione commissariale. Pena lo scioglimento del contratto che la obbliga ad acquistare l’ex Ilva e che impegnava la multinazionale ad un investimento complessivo di circa 4 miliardi di euro nell’impianto, tra interventi di bonifica messa in regola degli impianti, nuovi investimenti, e mantenimento di tutti i dipendenti della società – la multinazionale per proseguire ha posto quattro condizioni: il ripristino dello scudo penale, l’autorizzazione a licenziare circa 5 mila dipendenti di ILVA, la riduzione della produzione-obiettivo da sei a quattro milioni di tonnellate oltre all’approvazione di una legge che permetta di tenere aperti gli altoforni sotto esame della magistratura per ancora 14-16 mesi.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha provato a persuadere la società a tornare sui suoi passi e ha offerto il ripristino dello “scudo penale”, la norma che protegge proprietari e dirigenti dell’azienda dal rischio di essere coinvolti in cause per i problemi ambientali e di sicurezza creati dalle gestioni precedenti dell’impianto. Se le trattative con ArcelorMittal dovessero fallire e il tribunale dovesse riconoscere le buone ragioni dell’azienda a disimpegnarsi, non sarà facile trovare un sostituto. Senza un investitore, la società tornerà sotto gestione commissariale al Mise e sarà necessario trovare gli svariati miliardi di euro che servono per proseguire il piano ambientale e mettere in sicurezza la città di Taranto.

Il Governo è pronto al ricorso e are sulla cassa integrazione per 2500 addetti. Prende intanto quota l’ipotesi nazionalizzazione e nella cordata – ha anticipato Conte nella trasmissione Rai Porta a Porta – ci potrebbe essere anche cassa depositi e prestiti, a patto che – ha sottolineato – si realizzi il piano ambientale e si garantisca la salvaguardia dell’occupazione».

Gli fa eco il ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli «è una questione di sovranità nazionale – ha dichiarato – l’Italia deve continua re a produrre acciaio». Con o senza ArcelorMittal. I sindacati Cgil Cisl Uil, che puntano il dito contro i continui cambi di posizione sullo scudo penale, chiedono di mantenere la posizione escludendo la via giudiziaria ritenuta «troppo lunga» e, se necessario, andare allo scontro con la multinazionale per difendere i posti di lavoro.

La prima a prendere l’iniziativa è stata la Fim Cisl con la proclamazione di uno sciopero immediato di 24 ore e il blocco dell’acciaieria 1 al quale è seguita la presa di posizione unitaria con Fiom Cgil e Uilm con la proclamazione dello sciopero unitario l’8 novembre e la mobilitazione estesa in tutti gli stabilimenti. In campo anche le rappresentanze sindacali dell’indotto dei servizi di pulizia civile e industriale, con le federazioni di categoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs e Ultrasporti che hanno aderito alla giornata di sciopero e alla mobilitazione insieme alle sigle degli appalti edili.

A prendere parte alla mobilitazione anche i lavoratori in somministrazione rappresentati dalle federazioni di categoria Nidil Cgil, Felsa Cisl e UIltemp.

“Bisogna avere rispetto per i lavoratori e per quelle comunità dove ci sono gli stabilimenti della ex Ilva. In questa vicenda sono in gioco non solo il futuro della produzione di acciaio nel nostro paese, ma anche investimenti importanti per la tutela dell'ambiente, della sicurezza e della salute dei cittadini". Lo sottolinea la Segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan.
"Lo sciopero dei lavoratori della ex Ilva è stato oggi un segnale forte, chiaro, unitario che non può essere ignorato da Arcelor Mittal ed anche dal Governo: non si può abbandonare il sito industriale a meno di un anno dalla firma dell’accordo che rilanciava la capacità produttiva, la difesa dell’occupazione e soprattutto gli investimenti per l’ambientalizzazione e la messa in sicurezza degli impianti. Sarebbe una vera catastrafofe nazionale. Un sconfitta grave per tutti“.

È evidente che l'atteggiamento di Arcelor Mittal è del tutto inaccettabile, irresponsabile, quasi un ricatto. Ma l'unica strada è quella di ritornare al tavolo di confronto, far prevalere la responsabilità nella ricerca di una soluzione finalizzata a scongiurare i cinquemila esuberi e la chiusura degli impianti.

La via legale sarebbe troppo lunga, farraginosa ed alla fine ci ritroveremmo solo la fabbrica chiusa. Dobbiamo invece privilegiare un percorso che mantenga in vita il sito e la produzione di acciaio così fondamentale per tutto il sistema produttivo nazionale. Proprio per questo il Governo deve sgombrare subito il campo dalla questione dello scudo penale. Il decreto legge è la strada più breve per togliere definitivamente dal tavolo quella questione che ha animato per tanto tempo il dibattito politico. Questo anche per impedire speculazioni da parte di Arcelor ed anche nella eventualità che altri soggetti si ritrovino nelle stesse condizioni.

La certezza delle regole è una condizione imprescindibile per l’attuazione degli investimenti, soprattutto da soggetti internazionali. Non esiste oggi un piano B. Chi parla di altre soluzioni fa solo propaganda. La scelta, adesso, è tra salvare lo stabilimento ed il baratro. Speriamo che la dirigenza di Arcelor Mittal abbia un sussulto di responsabilità di fronte all'appello di migliaia di lavoratori e cittadini di Taranto e degli altri siti industriali".